“Subito per nome?” — vicinanza o distanza professionale?
Nia e Marek si incontrano per la prima volta. Nia passa subito ai nomi di battesimo; Marek comincia in modo più formale.
— Ciao Marek, io sono Nia.
— Buongiorno, signora.
Nia si chiede se Marek stia deliberatamente mantenendo le distanze. Marek pensa di mostrare a una collega che non conosce ancora un normale rispetto professionale.
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Nia riduce la distanza perché, per lei, passare subito al nome di battesimo segnala apertura e una relazione tra pari. Marek parte in modo formale perché è esattamente così che mostra rispetto verso qualcuno che non conosce ancora bene. All’inizio ognuno interpreta il comportamento dell’altro attraverso la propria regola. Nia si chiede se Marek voglia tenerla a distanza. Marek può sentire che Nia sta saltando troppo velocemente una fase formale della conoscenza. È importante notare che nessuna delle due forme è un problema in sé. Il problema nasce quando si presume che tutti attribuiscano lo stesso significato allo stesso modo di rivolgersi agli altri.
Cosa dice la ricerca
Il linguaggio segnala da molto tempo sia vicinanza sia rapporti di potere. Gli studi classici sulle forme di allocuzione hanno suggerito che pronomi e forme di cortesia possano riflettere due dimensioni diverse: status e senso di solidarietà o vicinanza (power and solidarity; Brown & Gilman, 1960). Non è un manuale che stabilisca come ogni nazionalità o generazione usi le forme formali. Il significato varia per paese, settore, età, storia della relazione e preferenza individuale. Il modello mette però in luce un punto utile: maggiore formalità non significa necessariamente freddezza e maggiore informalità non significa necessariamente mancanza di rispetto. La stessa intenzione — rispetto — può essere espressa attraverso scelte linguistiche diverse.
Come affrontarlo
Invece di leggere la forma di allocuzione come un giudizio sulla relazione, è più semplice chiedere la preferenza: “Preferisci che ci diamo del lei o del tu?”. Nei team internazionali questa domanda diventa ancora più utile, perché l’intuizione sviluppata in una lingua non si trasferisce sempre bene in un’altra. Il livello di formalità non deve neppure restare fisso per sempre: le relazioni cambiano naturalmente nel tempo. La regola generale è: le forme di allocuzione sono segnali sociali, ma è meglio chiarirne il significato in una frase che passare settimane a indovinare che cosa significhi la formalità o la familiarità dell’altra persona.
Come possono aiutare Empatyzer ed Em
Empatyzer può mostrare a Nia e Marek che usare il nome di battesimo o una forma formale non è un semplice dettaglio linguistico, ma un segnale sociale a cui attribuiscono significati diversi. Nia riduce la distanza per creare naturalezza e apertura; Marek usa la formalità iniziale per mostrare rispetto e dare struttura alla relazione. La componente culturale e il confronto dei profili possono segnalare la differenza prima che uno interpreti l’altro come freddo o eccessivamente confidenziale. Em non deve decidere quale forma sia “migliore”. Può suggerire la soluzione più semplice: chiedere direttamente che cosa risulti naturale all’altra persona. Nei team internazionali differenze così piccole possono ricorrere spesso, quindi i dati di gruppo possono sostenere norme flessibili invece di una sola regola imposta. Le microlezioni rafforzano un principio importante: non dedurre la distanza emotiva da una forma di allocuzione prima di aver verificato che cosa significhi per chi la usa.
Fonti e ricerche
- Roger Brown; Albert Gilman (1960). The Pronouns of Power and Solidarity. Style in Language (Thomas A. Sebeok, ed.), MIT Press, 253-276. https://wals.info/refdb/record/Brown-and-Gilman-1960 Source
Autore: Empatyzer
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