Comunicazione medico-paziente

Per il medico in ambulatorio: lo stile di attaccamento spiega le difficoltà nel rapporto con il paziente?

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TL;DR: Per il medico in ambulatorio, lo stile di attaccamento può essere un punto di partenza per porre domande sulla fiducia e sull’incertezza, non una diagnosi del paziente dopo una sola visita. Dati i pochi dati disponibili, è meglio osservare che cosa accade nel colloquio, di che cosa ha bisogno il paziente e come reagisce il medico.

Come aiuta Empatyzer a parlare delle difficoltà nel rapporto con il paziente?

«Su di me» aiuta il medico a riconoscere la propria reazione in questi incontri, mentre Em lo aiuta a formulare una domanda su ciò di cui il paziente ha ancora bisogno.

Funzioni che possono aiutarti:

  • Parlare di sé con Em: Con Em prepara una domanda su ciò che non è chiaro e una breve spiegazione di quanto già si sa.
  • Su di me: «Su di me» aiuta il medico a riconoscere la propria reazione alle domande ripetute.
  • Microlezioni: Possono aiutare a esercitarsi nel verificare con calma la comprensione quando il rapporto è teso.

Che cosa offre questa ipotesi

Lo stile di attaccamento può essere un’ipotesi utile quando il medico cerca di capire come il paziente chieda informazioni sotto stress. Non è però una risposta pronta alla domanda sul perché la visita sia stata difficile. Una revisione degli studi sull’attaccamento degli operatori sanitari e sugli esiti delle cure rileva dati scarsi e metodi eterogenei; non permette di stabilire lo stile di attaccamento di un determinato paziente. Perciò, anziché attribuirgli un tratto stabile in base a una sola reazione, vale la pena chiedergli di che cosa ha bisogno quando la diagnosi o il piano non sono ancora certi. Una domanda ripetuta può indicare un bisogno di informazioni, ma il suo significato va verificato nel colloquio, non dedotto da una tipologia.

Il ruolo del medico

Quando il paziente pone di nuovo la stessa domanda, il medico può notare non solo che cosa chiede, ma anche la propria risposta: un tono più sbrigativo, una spiegazione troppo breve o una crescente impazienza. Prima di considerare l’incertezza un tratto del paziente, è utile individuare dopo quale frase il colloquio ha cambiato direzione. Anche il medico porta nella relazione il proprio modo di reagire alla dipendenza e all’incertezza, ma questa osservazione non equivale a diagnosticare il suo stile di attaccamento. Una metanalisi sull’attaccamento nel lavoro riguarda situazioni professionali generali, non è un test diretto del rapporto medico-paziente e non fornisce un protocollo pronto per la visita. Può suggerire domande su entrambe le parti, ma non stabilisce chi sia responsabile della tensione.

Confrontarsi con l’incertezza

Quando la diagnosi o il successivo andamento delle cure restano incerti, può essere utile distinguere ciò che si sa già da ciò che ancora non si sa. Il medico può spiegare qual è il piano attuale e quando tornerà sulla questione, senza rimandare una decisione clinica necessaria. Una revisione sulla comunicazione dell’incertezza diagnostica nelle cure primarie sottolinea l’importanza di collocare questa conversazione nella situazione del paziente. Vale quindi la pena chiedere quale aspetto del piano susciti maggiore incertezza e quali informazioni manchino per prendere una decisione. Se la domanda si ripresenta, occorre verificare se la risposta precedente fosse comprensibile e se il paziente abbia bisogno di una nuova spiegazione o piuttosto di un piano concreto.

Quando la tensione si ripete

Se la tensione si ripete nelle visite successive, descrivere il paziente come una persona che crea sempre problemi spiega ben poco. Si può capire di più confrontando le situazioni in cui la collaborazione procede serenamente con quelle in cui il paziente reagisce sulla difensiva. Sono cambiati il ritmo del colloquio, il linguaggio usato o la continuità delle cure? Possono contare anche fattori organizzativi, che non si possono ricondurre alle caratteristiche di una sola persona. È utile annotare i comportamenti concreti del paziente e del medico, insieme al momento in cui il colloquio si è inasprito. Queste note aiutano a riesaminare l’andamento della relazione alla visita successiva, invece di consolidare l’idea che con quel paziente sia impossibile intendersi.

I limiti delle spiegazioni basate sulla personalità

Lo stile di attaccamento non è un altro modo per dire «paziente difficile», né una spiegazione di ogni reazione in ambulatorio. Gli studi raccolti nella revisione impiegano metodi diversi e i dati disponibili sono scarsi: non giustificano previsioni su come si comporterà ogni paziente. Tanto meno il comportamento durante una visita permette di individuare il suo stile di attaccamento o la sua personalità. Se una persona ripete le domande o non accetta il piano proposto, occorre comunque valutare i sintomi riferiti e spiegare le ragioni cliniche delle decisioni. Un’ipotesi sulla relazione può indurre ad ascoltare con più attenzione, ma non sostituisce la valutazione medica. La responsabilità di condurre il colloquio resta del medico, anche quando è impegnativo per entrambi.

L’equilibrio nel colloquio

L’equilibrio nel colloquio non significa acconsentire a ogni passo richiesto dal paziente. Si comincia chiedendo che cosa conta per lui e che cosa lo preoccupa del piano proposto. Dopo la domanda, è bene lasciargli il tempo di rispondere con parole sue, senza interpretare subito ciò che intende. Il medico può poi spiegare i limiti clinici della decisione, le modalità di contatto e le possibilità di ulteriore assistenza. Infine, è utile confermare insieme quanto concordato e il passo successivo. È una proposta per condurre la visita, non una procedura derivata dagli studi sugli stili di attaccamento. Permette però di parlare dei bisogni del paziente senza rinunciare alla responsabilità della decisione medica.

Come valutare i miglioramenti

Per valutare se il rapporto migliora, conviene osservare che cosa accade negli incontri successivi, non se si è riusciti ad assegnare al paziente un’etichetta psicologica. Sa spiegare con parole proprie che cosa si è deciso e quando può tornare a porre una domanda? Gli stessi malintesi continuano a ripetersi oppure si riesce a chiarirli prima che il colloquio diventi teso? Per il medico conta anche riuscire a iniziare la visita successiva senza presumere che sarà di nuovo difficile. Poiché una revisione degli studi sull’attaccamento nella relazione di cura rileva metodi eterogenei e dati scarsi, non ci sono basi per promettere l’efficacia di una tipologia. Queste osservazioni aiutano a valutare l’andamento del colloquio, non a identificare lo stile del paziente.

Invece di definire un paziente «difficile», vale la pena verificare che cosa non gli è chiaro, come reagisce il medico e in quale momento il colloquio si fa teso.

Empatyzer nel confronto sulle difficoltà nel rapporto con il paziente

Il medico incontra di nuovo un paziente che chiede dei risultati e del piano successivo. Prima della visita può parlare con Em per preparare una domanda neutra su ciò che è rimasto poco chiaro e una breve spiegazione di quanto già si sa. Così non deve partire dal presupposto che il paziente abbia ignorato la risposta precedente. Nella sezione «Su di me» può osservare la propria reazione alle domande ripetute: comincia a parlare più in fretta, omette una spiegazione importante o avvia il colloquio già impaziente? Em aiuta anche a preparare una frase su ciò che resta incerto e su quando il medico tornerà sulla questione con il paziente, oltre a un’apertura serena della visita successiva. Le microlezioni possono aiutare a esercitarsi nel verificare la comprensione, soprattutto quando il rapporto si è fatto teso. Lo scopo non è attribuire al paziente uno stile di attaccamento, ma preparare meglio il medico a parlare di una domanda concreta e del piano.

Fonti

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  3. Dahm, M. R., Cattanach, W., Williams, M., Basseal, J. M., Gleason, K., & Crock, C. (2023). Communication of Diagnostic Uncertainty in Primary Care and Its Impact on Patient Experience: an Integrative Systematic Review. Journal of General Internal Medicine, 38(3), 738–754. https://doi.org/10.1007/s11606-022-07768-y 10.1007/s11606-022-07768-y