Quando il dipendente viene trattato come strumento

TL;DR: L’oggettivazione nasce quando una persona viene trattata soprattutto come strumento, trascurandone soggettività ed esperienza. Misurare i risultati non ne è di per sé una prova. Contano la possibilità di spiegare la situazione, di influire sul modo di lavorare e il rispetto dei confini. Aiutano processi che uniscono responsabilità per il risultato e riconoscimento della capacità di agire del dipendente.

In che modo Empatyzer aiuta a parlare di influenza e confini?

Empatyzer aiuta a preparare una conversazione sull’ambito di influenza, sui confini e sul modo in cui il dipendente viene trattato nella collaborazione quotidiana.

Funzioni che possono aiutarti:

  • Parla con Em di te: Facilita la definizione dei bisogni e delle situazioni concrete in cui la propria prospettiva viene ignorata.
  • Parla con Em di una persona specifica: Aiuta a preparare un messaggio concreto su responsabilità, facoltà e sostegno necessario.

Mi servono due persone entro domani

Nella pianificazione urgente delle risorse, una frase simile può essere una semplice abbreviazione. Il problema nasce quando l’abbreviazione diventa l’intero modo di pensare. Un dipendente segnala che il compito non è realizzabile senza dati e si sente rispondere: «Devi consegnare, non discutere». Cerca di spiegare il vincolo, ma la sua conoscenza ed esperienza non contano. In questa situazione non si tratta più soltanto di una scadenza impegnativa, bensì di stabilire se la persona resti parte dell’azione o debba soltanto produrre un risultato secondo l’ordine altrui. L’oggettivazione sul lavoro consiste nel trattare la persona riducendola a una funzione o a uno strumento. Può comprendere il mancato riconoscimento dell’autonomia, dei bisogni e dell’esperienza soggettiva. Non è sinonimo di ogni assegnazione di compiti né della richiesta di efficienza. Le organizzazioni devono pianificare gli organici e valutare i risultati. Il confine riguarda piuttosto la possibilità che, oltre all’utilità, il dipendente conservi il diritto di parlare, spiegare e influire sulle condizioni di esecuzione. L’oggettivazione non deriva dalla mera presenza di indicatori, piani o divisioni del lavoro. Conta se nel processo resti spazio per la prospettiva di chi svolge il compito. Può spiegare i limiti, segnalare rischi e influire sulle modalità di realizzazione? I suoi bisogni sono parte della situazione o soltanto un ostacolo al risultato? Non deve decidere tutto per sentirsi trattato come soggetto, ma ha bisogno che siano riconosciuti conoscenze, confini e obiettivi propri. La gestione diventa problematica quando questi elementi scompaiono sistematicamente dalla conversazione e la persona viene valutata soltanto per la sua utilità momentanea.

Perché il titolo professionale non spiega il problema

Gli studi di Andrighetto, Baldissarri e Volpato analizzano l’oggettivazione in relazione alle caratteristiche del lavoro. Belmi e Schroeder esaminano la percezione strumentale delle persone nelle organizzazioni. La letteratura consente di distinguere il concetto dalla generale insoddisfazione verso l’azienda. Si può non apprezzare un compito difficile e sentirsi comunque trattati come soggetti. Si può anche ricevere un’ottima retribuzione e vedere la propria prospettiva ignorata ogni volta che complica un piano conveniente. Andrighetto et al., 2017; Belmi e Schroeder, 2021. Occorre evitare diagnosi troppo facili basate sul linguaggio. L’espressione «risorse umane» non prova da sola che l’azienda oggettivizzi i dipendenti. Una calorosa dichiarazione «siamo una famiglia» non garantisce rispetto. Dice di più il modo di decidere: si può contestare un ordine irrealizzabile, spiegare un errore e indicare il sostegno necessario? La persona viene ascoltata anche quando non offre una risposta comoda? I comportamenti mostrano quale posto occupi la sua esperienza.

Un indicatore aiuta finché non sostituisce tutto il lavoro

Immaginiamo un consulente valutato soltanto sulla durata delle chiamate. Se un contatto più lungo significa automaticamente un risultato peggiore, può non esserci spazio per un problema complesso del cliente. Il consulente conosce le circostanze, ma il sistema non gli permette di presentarle. L’esempio non dimostra che misurare il tempo sia sbagliato. Mostra il rischio di trasformare un indicatore nell’unica verità sull’azione, senza che il dipendente possa fornire conoscenze utili a interpretarlo. La soggettività può essere preservata anche in un ambiente con procedure rigorose. Serve chiarezza su dove la regola sia obbligatoria, dove esista discrezionalità e come segnalare una situazione insolita. Nei lavori con alti requisiti di sicurezza, autonomia non significa libertà assoluta. Può consistere nel diritto di fermare il processo davanti a un rischio e nel prendere sul serio la segnalazione. La persona resta responsabile, ma non viene costretta ad agire come se non possedesse conoscenza e giudizio. Nelle relazioni quotidiane contano anche piccole formulazioni. «Quanto altro riesci a prendere?» conduce a una conversazione diversa da «Che cosa dobbiamo cambiare per rendere il compito realizzabile?». La prima non è necessariamente lesiva, ma, ripetuta senza interesse per le condizioni, può ridurre la persona a una capacità disponibile. Anche lodare soltanto la disponibilità può oscurare qualità del giudizio, responsabilità e conoscenze. Conviene osservare che cosa l’organizzazione riconosca davvero. Se chi segnala un limite o un rischio viene trattato come meno prezioso, il segnale è chiaro: si apprezza la disponibilità a essere utilizzati, non il contributo completo a un lavoro affidabile e alla collaborazione.

Che cosa nota chi viene trattato soltanto in modo strumentale

Un segnale può essere l’esperienza ricorrente che conti soltanto la disponibilità e che i limiti vengano considerati difetti. Chiedere spiegazioni diventa «resistenza», avere bisogno di riposo «scarso coinvolgimento» e un’idea di miglioramento non entra nella discussione. Un singolo episodio non crea necessariamente questo schema. Bisogna però osservare frequenza e possibilità di correzione. Se il dipendente presenta ripetutamente informazioni importanti e ogni volta si sente dire che deve soltanto eseguire, il problema riguarda il metodo di gestione, non solo il tono. Nella conversazione aiuta definire uno spazio concreto di influenza: «Rispondo della scadenza, ma devo poter concordare l’ordine dei compiti» oppure «Voglio che nella valutazione si consideri la mancanza di dati che avevo segnalato». Non garantisce il cambiamento, ma chiarisce l’oggetto della disputa. Se il responsabile non può modificare l’intero processo, può almeno spiegare i vincoli e trasmettere il problema. Fingere che il dipendente abbia una scelta dove non esiste non sostituisce una definizione onesta dei limiti.

Come esaminare il processo dalla prospettiva della soggettività

L’organizzazione può chiedersi se il dipendente comprenda lo scopo, disponga delle informazioni e sappia come segnalare un ostacolo. Va verificato se una valutazione errata possa essere corretta e se la voce di chi svolge il lavoro entri nella progettazione delle procedure. Queste pratiche non eliminano responsabilità o requisiti. Aiutano a usare le conoscenze delle persone e a non ridurle a esecutori delle ipotesi altrui. Il rispetto diventa così una caratteristica del processo, non un’aggiunta al messaggio sui risultati. Un cambiamento concreto può partire dall’allineare responsabilità e facoltà. Non si dovrebbe rispondere di un risultato senza alcun controllo sulle condizioni essenziali né la possibilità di segnalare la discrepanza. Serve anche una conversazione su carico e priorità, non soltanto sulla resilienza individuale. Se arriva un altro compito, bisogna stabilire che cosa rimandare e chi decida. Trattare una persona come soggetto non significa accogliere ogni richiesta. Significa collocare un rifiuto o un requisito in una motivazione comprensibile e considerare davvero la prospettiva del dipendente. Si può non ottenere la soluzione preferita e sentirsi comunque rispettati se si ha potuto argomentare e conoscere le ragioni della decisione.

L’oggettivazione non deriva automaticamente da obiettivi, procedure o indicatori. Nasce quando l’utilità oscura capacità di agire ed esperienza della persona. Una buona organizzazione unisce requisiti chiari alla possibilità di spiegare la situazione, influire sull’esecuzione e segnalare i limiti.

Empatyzer nelle conversazioni su influenza e confini

Empatyzer può aiutare a preparare un messaggio sulle condizioni in cui il dipendente svolge i compiti. In Parla con Em di te, l’utente può descrivere una situazione in cui la sua prospettiva viene ignorata e definire il cambiamento necessario. È utile passare dalla generica sensazione di essere trattati come risorsa a un fatto concreto, per esempio responsabilità piena senza facoltà adeguate. Parla con Em di una persona specifica può poi sostenere la preparazione di una richiesta per concordare priorità, ambito decisionale o modo di segnalare il sovraccarico. Il profilo disponibile aiuta ad adattare la comunicazione, ma non valuta le intenzioni del manager. Empatyzer non sottopone ad audit le condizioni di impiego e non stabilisce la responsabilità dell’organizzazione. Aiuta a preparare un confronto concreto su ciò che deve cambiare. L’efficacia dipende dalla reale disponibilità dell’altra parte ad ascoltare e ad agire sull’organizzazione del lavoro.

Fonti e ricerche

  1. Luca Andrighetto; Cristina Baldissarri; Chiara Volpato (2017). (Still) Modern Times: Objectification at work. European Journal of Social Psychology, 47(1), 25-35. https://doi.org/10.1002/ejsp.2190 DOI: 10.1002/ejsp.2190
  2. Peter Belmi; Juliana Schroeder (2021). Human “resources”? Objectification at work.. Journal of Personality and Social Psychology, 120(2), 384-417. https://doi.org/10.1037/pspi0000254 DOI: 10.1037/pspi0000254

Autore: Empatyzer

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