“La domanda bloccata in testa” — quando l’ansia impedisce di parlare

Davanti allo schermo di Jonas. Maja prova mentalmente una domanda per molto tempo prima di avvicinarsi.

— Jonas… su questa parte… non sono sicura di aver capito bene.
— No. Qui è il contrario.
— Va bene.

Jonas pensa di aver risposto esattamente alla domanda. Maja torna alla sua scrivania convinta di essere stata appena valutata come una persona che sa molto poco.

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Cosa è successo davvero

Prima di fare la domanda, Maja ha una lunga conversazione con se stessa: sembrerà stupida, quanto contesto deve dare, che cosa penserà Jonas di lei? Quando alla fine pronuncia poche parole, quelle parole sono il punto finale di un grande processo interno. Jonas non ha accesso a quel processo. Sente una domanda breve e risponde al contenuto. Il suo “no, qui è il contrario” per lui è informazione neutra; Maja lo collega invece a tutta la tensione precedente: “Probabilmente pensa che io sia incompetente”. La differenza chiave non è che una persona sia sensibile e l’altra fredda. È un’asimmetria informativa: ciascuno conosce l’intera storia interna dietro le proprie parole e vede solo un frammento della storia dell’altro.

Cosa dice la ricerca

Le persone fanno fatica a uscire completamente dalla propria prospettiva quando prevedono come gli altri interpreteranno le loro parole: un bias egocentrico nella comunicazione. Gli studi sull’email lo mostrano con chiarezza: i mittenti sovrastimavano quanto bene i destinatari avrebbero riconosciuto il tono voluto perché loro stessi potevano “sentirlo” mentre scrivevano (Kruger, Epley, Parker & Ng, 2005). Maja e Jonas non stanno comunicando via email, quindi lo studio è un’analogia e non una prova diretta. Il problema di fondo è simile: chi parla conosce intenzione e preparazione che chi ascolta non può vedere. Chi ascolta, inoltre, può attribuire a una risposta breve molto meno peso emotivo di quello che le attribuisce la persona che l’aspettava sotto stress.

Come affrontarlo

Maja non deve raccontare tutta la conversazione che ha avuto nella propria testa. Può semplicemente indicare il tipo di aiuto di cui ha bisogno: “Non mi serve soltanto un sì o un no. Vorrei capire dove sbaglia il mio ragionamento”. Jonas sa così che la domanda riguarda l’apprendimento, non solo il risultato immediato. Da parte sua può aiutare anche una frase in più: “È facile confondersi in questo punto. Il problema è qui…”. La regola generale è: non dare per scontato che l’altra persona possa vedere la posta in gioco, il contesto o le emozioni che a te sembrano ovvie; se sono importanti per la risposta, dai almeno un segnale chiaro.

Come possono aiutare Empatyzer ed Em

Empatyzer può aiutare Maja e Jonas a vedere che il problema non comincia con le parole “no, qui è il contrario”, ma con tutto ciò che ciascuno sente intorno a quelle parole. Jonas si concentra sulla correttezza fattuale e può non notare che una correzione breve suona come un giudizio di competenza per Maja quando lei è già in ansia rispetto alla valutazione. Prima che lavorino insieme, Em può suggerire a Jonas un aggiustamento minimo — “bella domanda; qui è il contrario per una ragione” — senza indebolire il contenuto. Per Maja, Em può rafforzare la differenza tra correggere una soluzione e giudicare l’intera persona, aiutandola nello stesso tempo a formulare domande più precise. Il confronto dei profili permette a entrambi di vedere lo schema come una differenza, non come un difetto di carattere. Le microlezioni rafforzano la capacità di fare domande e correggere errori in un modo che faccia crescere l’informazione più velocemente della paura di chiedere.

Fonti e ricerche

  1. Justin Kruger; Nicholas Epley; Jason Parker; Zhi-Wen Ng (2005). Egocentrism over e-mail: Can we communicate as well as we think?. Journal of Personality and Social Psychology, 89(6), 925-936. https://doi.org/10.1037/0022-3514.89.6.925 DOI: 10.1037/0022-3514.89.6.925

Autore: Empatyzer

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