“Aspetta un po’” — quando la stessa istruzione ha due finali diversi
Implementazione in corso. Karim chiede a Jonas di non toccare, per il momento, una parte del lavoro.
— Aspetta un po’ prima di andare avanti con questo, va bene?
— Va bene.
Jonas aspetta per qualche ora e poi riprende il compito. Karim, invece, era convinto che “aspetta” significasse “non fare nulla finché non torno da te”.
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Em suggerisce come rendere più precise le aspettative verso i dipendenti, basandosi su preferenze e tratti individuali. In questo modo la comunicazione interpersonale sul lavoro diventa più chiara e non perdi tempo ad aspettare il supporto di un mentor. La coach AI non giudica i tuoi progressi, creando uno spazio confortevole per migliorare le relazioni nel team.
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Karim e Jonas sentono la stessa frase, ma le aggiungono mentalmente due finali diversi. Per Karim “aspetta un po’” significa più o meno: “per ora fermati; tornerò io da te e poi decideremo”. Jonas sente soltanto la richiesta di rimandare l’azione per un certo tempo. Non avendo ricevuto né un’ora precisa né una condizione come “finché non ti dico io di ripartire”, dopo qualche ora conclude che l’attesa sia finita. Nessuno dei due sta ignorando l’accordo. Karim ha espresso solo una parte dell’istruzione e ha dato per ovvia la parte restante. Jonas non poteva sapere come Karim avesse completato la frase nella propria testa. I loro profili rendono bene la situazione: Karim si muove con naturalezza in un ritmo più fluido, mentre Jonas ha bisogno di un punto chiaro che autorizzi il passaggio successivo.
Cosa dice la ricerca
Molti equivoci sul lavoro non nascono da informazioni false, ma da informazioni incomplete. Quando una persona non sa esattamente che cosa ci si aspetta da lei, dove finisca la sua responsabilità o quando debba iniziare ad agire, aumentano incertezza e interpretazioni divergenti: è la cosiddetta role ambiguity (Jackson & Schuler, 1985; Tubre & Collins, 2000). La comunicazione organizzativa descrive inoltre messaggi che possono essere letti ragionevolmente in più di un modo, gli equivocal messages (Putnam & Sorenson, 1982). In questa scena non è ambiguo il verbo “aspettare”, ma la condizione che mette fine all’attesa. La ricerca non indica una lunghezza ideale per le istruzioni. Mostra però perché, quando il lavoro dipende da tempi e sequenze, lasciare implicita la condizione di ripartenza rende molto più probabili decisioni diverse.
Come affrontarlo
Con istruzioni come “aspetta”, “per ora mettilo da parte” o “ci torniamo più tardi”, conviene aggiungere una delle due cose: un’ora oppure un evento. Per esempio: “Non toccarlo fino alle 15” oppure “Non procedere finché non ti scrivo; ti aggiorno entro le 15”. Chi riceve l’istruzione può chiudere subito il vuoto chiedendo: “Devo aspettare un certo tempo o il tuo segnale?”. Bastano pochi secondi per eliminare un’intera area di supposizioni. La regola generale è: se dici chiaramente quando fermarsi, devi dire con la stessa chiarezza che cosa autorizza a ripartire.
Come possono aiutare Empatyzer ed Em
Empatyzer può rilevare che, per Karim, una frase naturale come “aspetta un po’” porta con sé anche un contesto e un seguito implicito, mentre Jonas si affida molto di più a ciò che viene detto in modo esplicito. Confrontando i loro profili, Em può segnalare il punto esatto di rischio: non è la richiesta di aspettare, ma l’assenza della condizione che chiude l’attesa. Prima della conversazione, Em può suggerire a Karim una sola precisazione: “Non procedere finché non ti avviso; torno da te entro le 15”. Jonas, dall’altra parte, può sviluppare l’abitudine complementare di chiedere quale sia il punto di ripartenza. Se lo stesso tipo di omissione compare spesso nel team, i dati aggregati possono mostrare che non si tratta di “attaccarsi alle parole”, ma di una differenza reale nello stile comunicativo. Le microlezioni consolidano un principio semplice: ogni “stop” dovrebbe avere anche uno “start” chiaramente definito.
Fonti e ricerche
- Linda L. Putnam; Ritch L. Sorenson (1982). Equivocal Messages in Organizations. Human Communication Research, 8(2), 114-132. https://doi.org/10.1111/j.1468-2958.1982.tb00659.x DOI: 10.1111/j.1468-2958.1982.tb00659.x
- Susan E. Jackson; Randall S. Schuler (1985). A meta-analysis and conceptual critique of research on role ambiguity and role conflict in work settings. Organizational Behavior and Human Decision Processes, 36(1), 16-78. https://doi.org/10.1016/0749-5978(85)90020-2 DOI: 10.1016/0749-5978(85)90020-2
- Travis C. Tubre; Judith M. Collins (2000). Jackson and Schuler (1985) Revisited: A Meta-Analysis of the Relationships Between Role Ambiguity, Role Conflict, and Job Performance. Journal of Management, 26(1), 155–169. https://doi.org/10.1177/014920630002600104 DOI: 10.1177/014920630002600104
Autore: Empatyzer
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